Attività di classe Succede a scuola

Strage di Capaci, paradossi, omissioni e altre dimenticanze.

23 Maggio 1992, Palermo

Attentato esplosivo compiuto da Cosa Nostra, in cui persero la vita Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo, e gli agenti della scorta Vito SchifaniRocco Dicillo e Antonio Montinaro. Vi furono anche 23 feriti, tra i quali qualche agente della scorta personale del Magistrato, Angelo Corbo,  Paolo Capuzza, Gaspare Cervello e l’autista giudiziario Giuseppe Costanza.

18 e 19 ottobre 2018, Lecco 

Angelo Corbo testimonia l’accaduto: il 18 sera un incontro per i genitori degli studenti del Bertacchi, il 19 mattina l’incontro per alcune classi.

Uno dei pochi superstiti condivide le emozioni e racconta come e cosa è successo il 23 maggio del 1992. 

Giovanni Falcone con la moglie Francesca Morvillo.

Falcone era appena atterrato da un volo proveniente da Roma, accompagnato dalla moglie. Si mise alla guida della macchina blindata che lo avrebbe portato a casa. Decise di mettersi alla guida, nonostante ci fosse l’autista, per non lasciar sola la moglie nel posto del passeggero. Giuseppe, l’autista, ricordò a Falcone che le chiavi inserite nel quadro erano le sue, lo rimproverò perché in corsa decise di toglierle, facendo si che la macchina decelerasse da 150 km/h a 120 km/h. La decelerazione della vettura ha portato a una diversa esplosione della macchina, infatti Corbo afferma che se si guardano attentamente le foto di quel giorno si può vedere che l’unica parte della macchina che è brillata è il cofano. Inoltre sottolinea che i mafiosi avevano calcolato che Falcone fosse seduto sul sedile posteriore e che quel giorno Falcone non morì a causa dell’esplosione ma per un’emorragia interna dovuta alla violenta collisione con il volante.  “Se avesse usato le cinture, Giovanni Falcone sarebbe stato lui qui al mio posto a testimoniare.”

La scorta si trovava dietro la vettura del Magistrato e, appena avvenuta l’esplosione, gli agenti sono scesi dalla loro macchina per proteggere Falcone da ulteriori attacchi armati. Angelo Corbo ricorda ancora il volto sofferente di Giovanni Falcone che lo guardava implorando soccorso. Il poliziotto ricorda la valigetta di Falcone che non è mai stata riportata, a differenza della valigetta di Borsellino che è stata presa e rimessa al suo posto dieci minuti dopo. Oltre alla valigetta era presente anche un rullino fotografico contenente delle foto che avrebbero potuto testimoniare molto, ma “quel rullino è stato consegnato a due uomini che sembravano poliziotti in borghese che l’hanno sequestrato, ma come tutti sanno quando si sequestra qualcosa è necessario e fondamentale stendere un verbale, che in questo caso non è mai stato fatto. Chiesero a noi sopravvissuti se avessimo dimenticato un rullino ma nessuno lo aveva visto”. 

“Noi della scorta siamo stati portati in ospedale, senza che ci offrissero nulla. Nonostante il forte trauma cranico, noi quattro siamo stati in un corridoio dell’ospedale senza avere una camera, e non abbiamo neppure avuto la possibilità di abbracciare le nostre famiglie. Io volevo rivedere mia moglie e mio figlio di sette mesi. Solamente il giorno dopo ci hanno sistemati in una camera, la più bella, nell’ala nuova dell’ospedale, sono arrivati i giornalisti e le più alte cariche dello stato, a darci conforto e dirci che ci sarebbero stati in caso di bisogno. Quando furono usciti tutti, arrivò il medico dicendo <<Adesso è finita la buffonata, potete andarvene>>. Con queste parole siamo tornati nelle nostre case. Il giorno dopo siamo stati costretti a partecipare ai funerali di stato, ma non ci hanno fatti entrare da una porta secondaria, bensì in mezzo alla folla, e potete ben pensare a quattro persone con un forte trauma cranico che camminano in mezzo alle persone.” 

Ai poliziotti è stato chiesto se volevano un trasferimento e la famiglia Corbo decise di trasferirsi a Firenze.

Tutto era già pronto per il secondo maxiprocesso che, a differenza del primo (10 febbraio 1986 – 30 gennaio 1992), andava ad individuare i mafiosi al’interno della politica. Dopo quest’avvenimento sia Falcone che Borsellino che tutta la loro scorta erano chiamati “i morti che camminano”. 

Racconta Corbo: “Ci fu un attentato precedente a quello di Capaci che però fu sventato. I due poliziotti che scoprirono l’ordigno furono giustiziati dalla mafia in mezzo ad una piazza in centro Palermo, assieme alla loro famiglia”.

Angelo Corbo riporta tutti gli avvenimenti di quel 23 maggio 1992 nel suo libro “STRAGE DI CAPACI, PARADOSSI, OMISSIONI E ALTRE DIMENTICANZE”.

Valentina

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